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Passato e Presente St 2018/19 Sigmund Freud e il Mosè

Tra Sigmund Freud e la chiesa cattolica è guerra aperta fin dall'inizio. Ancora negli anni '50 il Vicariato di Roma, la diocesi di Pio XII, definiva "peccato mortale" il fatto che un cattolico si rivolgesse a uno psicoanalista. Le opere di Sigmund Freud - che aveva studiato le religioni e le considerava una sorta di narcotico con cui l'uomo controlla la propria angoscia - erano messe all'Indice. Un cambiamento avviene sotto il pontificato di Paolo VI, con l'ammissione che c'è un ruolo, se non per la psicoanalisi, almeno per la psicologia. Ne parlano il professor Alberto Melloni e Paolo Mieli in questa puntata di "Passato e Presente". In primo piano "L'Uomo Mosè e il monoteismo" che Freud inizia a scrivere nel 1934. Lo studioso ha molti dubbi sulla sua pubblicazione perché le conclusioni esposte nel libro contengono la confutazione, a partire dall'identità di Mosè, della coscienza nazionale ebraica. La figura di Mosè aveva già impegnato Freud anni prima, con la pubblicazione de "Il Mosè di Michelangelo", non un saggio psicoanalitico sulla figura del patriarca ebraico, ma una relazione, una rivelazione confidenziale, intima, delle impressioni di Sigmund Freud davanti a "quel Mosè", rappresentato nell'atto di rinuncia a dar corso alla sua rabbia e distruzione delle tavole della legge.

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