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Italiani con Paolo Mieli St 2019 Giorgio Gaber, l'utopia possibile

L'"Adorno del Giambellino" secondo il critico Enzo Golino. "Filosofo ignorante" secondo se stesso, con ironia. Ma anche il canta autore o il canta-attore, l'intellettuale collettivo, l'anticonformista... La realtà è che Giorgio Gaber sfugge a qualunque definizione. A raccontare le storie del signor G. sono tre generazioni. Quella di Giorgio Casellato, suo arrangiatore e organizzatore e Ombretta Colli, l'amore di una vita, quella della figlia Dalia Gaberscik e quella del nipote Lorenzo Luporini, 22 anni. Con il contributo di Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Gaber, di Paolo Rossi e di Walter Veltroni. Gaber si forma con il jazz, suona il rock'n'roll quando pochi in Italia lo fanno e, all'apice della popolarità e del successo televisivo, molla tutto e si dedica al teatro, anzi crea un genere nuovo: il Teatro-canzone, ispirato ai récital francesi, a quel Brel che tanto ammirava. L'anno di svolta è il 1970: in tournée con Mina, viene visto sul palco da Paolo Grassi e Giorgio Strehler che gli propongono di scrivere uno spettacolo tutto suo per il Piccolo di Milano. "Il Signor G" debutta al Teatro San Rocco di Seregno il 28 ottobre 1970 e dal gennaio del 1971 è al Piccolo Teatro di via Rovelli di Milano. C'è una presenza che lo accompagna senza mai mostrarsi, un pittore e poeta di Viareggio conosciuto in un bar milanese alla fine degli anni 50. E' Sandro Luporini. Con lui nasce un'amicizia profonda e un sodalizio artistico totale. Sandro è l'altra metà di Gaber, da "Barbera e champagne" a "Io se fossi dio". Gaber negli anni '70 conquista il pubblico, soprattutto giovane, teatro per teatro. I ragazzi - quelli del Movimento - vanno ai suoi spettacoli per vedere "che cosa ha da dirci oggi". L'idillio finisce col decennio...

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